l progetto Sweetalks nasce per dare un approccio diverso al tema del diabete, non parlando solo della patologia da un punto di vista medico ma anche umano e vicino alle persone

Luglio 6, 2015

Annachiara

Due donne forti che sono state e sono due pilastri portanti

Annachiara non ha il diabete, ma il suo papà sì.
Il punto di vista, il suo, è quello di una figlia che si confronta con questa patologia non in prima persona, non sulla sua pelle, ma all’interno di un contesto che inevitabilmente ne coinvolge tutti i componenti : la famiglia.
Molte cose possono accadere nella nostra vita quando una persona che ci è vicino si fa male, o si ammala per un periodo, o deve vedersela con una malattia autoimmune e cronica, come in questo caso.
La storia che mi racconta Annachiara è divisa in due fasi.
La prima si può chiamare: “La malattia di mio padre finora”; la seconda “La malattia di mio padre da adesso in avanti”.
La prima parte, il primo capitolo, si sviluppa tutto su una parola chiave: tabù.
Il diabete infatti non si nomina mai e nemmeno si conosce.
“Per quanto ne sapevamo io e i miei fratelli, mio padre non si misurava la glicemia, ma la pressione” mi dice sorridendo.
Prova a ripercorrerne la vita, immaginandosi cosa poteva significare, 30 anni fa, ammalarsi di diabete: “Mio padre stava costruendo il suo nucleo famigliare e noi eravamo piccoli. I tempi erano diversi, la sua esperienza col medico brutale, la gestione pratica della malattia traumatica”
Eppure parliamo di un uomo combattivo,uno dei più piccoli di 10 fratelli di una famiglia veneta contadina, forgiato in fretta dalla vita, abituato a darsi da fare, a ritagliarsi uno spazio, a sopportare anche eventi di enorme difficoltà. Coerente con quello spirito veneto dedito al lavoro e alieno da qualsiasi tipo di commiserazione.
“Quello che noi percepivamo era totalmente sbagliato e dettato dall’inconsapevolezza. Non capivamo quando lo vedevamo alzarsi la notte per mangiare. Trovavamo strano il suo stile di vita alimentare. Lui percepiva il cibo come un impegno, un dovere.”
Dei 4 figli Annachiara è la più grande ed è anche quella che viaggia di più, lavora prima a Gorizia, poi conosce il suo compagno a Roma e infine si trasferisce a Sarsina in Emilia Romagna, dove vive attualmente. Quando può torna ad Asolo, suo paese natio, in provincia di Treviso; qui vive la nonna, che dopo la morta della mamma, viene regolarmente accudita dai fratelli.
Quello che mi sta dipingendo è il quadro di una famiglia che man mano si delinea sempre di più, pennellata dopo pennellata, e in poco tempo da un’opera impressionista, di cui percepisco solo i contorni, mi trovo di fronte a una fotografia perfettamente a fuoco.
Vedo persone che si tengono salde, e che continuano ciò che è stato iniziato prima di loro, con devozione, dedizione e zelo. La cura per la nonna, il cui motto è sempre stato “il mondo è vostro, prendetevelo”, l’amore per la mamma, che Annachiara ricorda come un faro, due donne forti che sono state e sono due pilastri portanti delle loro vite.
Il diabete, secondo Annachiara ha influenzato il carattere di suo padre – persona molto in-telligente, brillante e piacevole ma schiva – con il quale si è sentita sempre in conflitto.
“Ma forse, più della malattia in sé, il problema è stata la non accettazione, la non comuni-cazione, il fatto di nascondere, di non parlare”
Per cui la debolezza si tramuta in rabbia e la rabbia chiude tutte le porte.
La vita poi, inaspettatamente le riapre.
Annachiara dopo diversi anni all’interno delle Assicurazioni, frequenta un Master per la racconta fondi, che la porta a trovare un lavoro presso l’Associazione Diabete Romagna.
“L’ho visto come un segno, era il lavoro che desideravo, per il quale mi ero formata, e allo stesso tempo aveva a che fare con la malattia di mio padre”. Ed è così che impara a co-noscerla, attraverso il racconto delle persone che gravitano intorno all’Associazione e anche grazie all’ausilio della sorella più piccola, che nel frattempo è cresciuta e si è laureata in farmacologia.
Il secondo capitolo di questa storia “La malattia di mio padre da adesso in avanti” inizia con un gesto: “Qualche anno fa, per la prima volta nella mia vita, si è fatto l’insulina davanti a me.. Ho realizzato che questo gesto per lui quotidiano, per me era sconosciuto, pur essendo sua figlia e pur avendo vissuto con lui per anni… E’ crollato un muro.
C’è stato un avvicinamento a mio padre anche attraverso il mio lavoro e ho capito che per chi soffre di questa patologia è necessario percepire questa situazione come non esclusiva.”
Mi racconta che suo padre, ogni tanto, mentre si fa l’insulina, le dice in dialetto veneto “Te vedi che crose che gò”, perché per lui la vita è stata davvero una fatica, che però, questo è certo, se condivisa pesa meno.

 

Intervista ad Annachiara Feltracco