Luglio 24, 2015
Antonella
Anche Antonella ha avuto bisogno di parlare e ha trovato una via nell’associazionismo
Ho un debole per le persone innamorate. Perché hanno gli occhi che ridono, perché sono grate e perché riconoscono l’importanza grande delle cose piccole.
Antonella è una donna innamorata. Siamo quasi coetanee e rimango molto impressionata per l’intensità delle esperienze e la quantità di prove che ha dovuto affrontare.
Si sposa a 21 anni. “Mio marito è una persona rara. E’ un buono di natura, iperattivo, solare, inarrestabile..Abbiamo quasi 30 anni di differenza, ma la vecchia di casa sono io” mi dice divertita.
Eccoli gli occhi che ridono. Occhi privi di paura.
E chi le ferma le persone innamorate? Niente e nessuno. Neanche la differenza di età, neanche la consapevolezza che questo matrimonio l’avrebbe portata a doversi fare carico di 4 anziani da accudire, il padre e gli zii del marito.
“Ti sposi lui, ma ti sposi anche loro..ne sei consapevole?” le dicono.
Sì, Antonella ne è consapevole. E lo accetta. E lo vuole.
E così accade. Avanti e indietro dagli ospedali per circa una decina d’anni, accettando di essere non solo presente ma anche attiva; accollandosi tutte le responsabilità e tutta la gestione pratica
e umana dell’assistenza: “Ho imparato a fare le punture per forza. Mio suocero se le faceva fare solo da me”
Nel 2003 arriva Alessia, una figlia profondamente desiderata. Antonella è molto giovane, ma la vita l’ha fatta crescere in fretta e le difficoltà sono diventate nel corso del tempo un inestimabile patrimonio, cicatrici di battaglie vinte, onorificenze di forza e coraggio, medaglie al valore.
“Mi dicevo: non c’è più niente che mi possa far sentire fragile, posso affrontare tutto…ma mi sono dovuta ricredere davanti alla malattia di mia figlia.”
Un pugno in pieno viso, inaspettato, improvviso.
Alessia ha 8 anni, è marzo e sembra nervosa, accusa il caldo, piange spesso, è stanca…ma si pensa a qualcosa di passeggero.
Poi inizia a bere moltissimo e la pediatra allarmata la manda immediatamente a fare un’esame all’urina.
Gli zuccheri nel sangue devono essere compresi un un range tra 0 a 20, quelli di Alessia sono 1082.
Spesso i numeri parlano, raccontano verità, svelano sentenze che non si vorrebbero ascoltare, a cui non si è preparati.
Seguono 10 giorni d’inferno in ospedale, aggravati dalla fobia di Alessia per gli aghi.
“Fino all’ultimo giorno, dovevano tenerla in 4 per farle l’insulina.. ma fortunatamente mia figlia è la fotocopia di mio marito, è una bambina forte che non si arrende mai”
I bambini hanno risorse inimmaginabili. Appena compie 9 anni, Antonella la manda al campus estivo per imparare a gestire il diabete pediatrico, un’iniziativa che viene pagata dalla regione per bambini dai 9 ai 14 anni. E’ la svolta. Alessia si vede come gli altri. Non è sola. In team di diabetologi e nutrizionisti le insegnano a riconoscere i sintomi, a capire cosa le succede nel corpo quando la glicemia si alza e si abbassa. Quando torna a casa si fa già l’insulina da sola.
“Io credo che il diabete possa essere vissuto bene, ma solo se si fa conoscere anche alle persone che abbiamo accanto”
Allora si fa squadra, allora si fa rete. E non stupisce che i compagni di classe di Alessia siano i primi ad avvisare i professori quando notano qualcosa di strano, se la vedono pallida o assente.
Secondo Antonella il primo limite, il primo vero blocco per superare il diabete è il mezzo necessario per contrastarlo: l’ago. Vedere una persona che si buca crea una diffidenza immediata: spaventa e allontana. Ci si chiede cos’ha, se è infettivo, se può creare problemi.
Ma basta paco. Basta parlare.
Anche Antonella ha avuto bisogno di parlare e ha trovato una via nell’associazionismo. Lei ha portato la sua esperienza di mamma, altri hanno portato l’esperienza di padri, figli, mariti, mogli, fratelli. Altri ancora hanno portato l’esperienza in prima persona. Ascoltare e parlare è una cura, efficace e necessaria quanto l’insulina.
“Basta poco, basta pochissimo per essere felici” mi dice “Io amo fare volontariato, perché credo sia più appagante dare che ricevere.” E la sua vita è stata incentrata su questa convinzione, così forte e intensa e così difficile da emulare. Oggi Antonella è volontaria dell’Associazione di Rimini, sempre in relazione con Diabete Emilia Romagna; e mi dice che benché questo impegno, che può tranquillamente chiamarsi lavoro, le occupi molto tempo sottraendolo alla famiglia, lei sa che sta facendo la cosa giusta ogni volta che sua figlia le dice “Sono fiera di te”.
“Il diabete” mi dice “non ti ostacola nelle tue scelte. Una persona diabetica può fare qualsiasi cosa..certo bisogna curarsi, bisogna conoscere la patologia, ma poi si è totalmente liberi di scegliere. C’è purtroppo molta ignoranza, pazienti che si nascondono per paura, luoghi comuni da smontare…c’è tanto da fare, e noi nel nostro piccolo lo faremo, senza mai perdere il sorriso”.
E questa mi sembra la sintesi perfetta di una vittoria annunciata.
Intervista ad Antonella Mengucci


