Luglio 24, 2015
Chiara
Mi arrabbio quando qualcuno usa il diabete come alibi per non inseguire i propri sogni
Chiara ha 24 anni, ma sembra una ragazzina. Incrocia le gambe, si siede di fianco a me sull’erba. Mi ricorda un folletto, una fatina forse, potrebbe essere Campanellino. Mi immagino che appena finita l’intervista la vedrò volar via in un attimo, anzi, forse semplicemente scomparirà!
Inizia a raccontarmi la sua vita e scopro che è un’infermiera. Si è laureata nel 2014, dopo 1800 ore di tirocinio. Ecco, per fare questo mestiere ci vuole davvero una vocazione, le dico. Sorride.
“Mi piace essere d’aiuto. Mi piace l’empatia..io ne ho vissuta poca… ho sempre pensato: voglio fare diversamente da come hanno fatto con me”
Perché è così: se hai a che fare con una patologia da quando hai 13 anni, di medici, ospedali, infermieri ne incontri parecchi. E chiaramente a volte va bene, altre no.
Ma è più esteso il discorso di Chiara. Lei non mi parla solo di operatori del settore, ma di tutti coloro che la malattia la vedono dall’esterno e che ti etichettano, per comodità forse, o magari per pura superficialità, come “quella col diabete”
“Io non ne ho mai parlato. L’ho detto alla mia migliore amica dopo circa un anno..Alle superiori nessuno l’ha mai saputo. Ho sempre selezionato.”
Quasi come se si trattasse di un gioiello, un monile di famiglia che si vuole tramandare solo a chi lo merita. Quello che mi dice Chiara è, più o meno, che consegnare questa parte di sé a qualcuno equivale a dirgli “Mi fido di te al 100%” e che questo ha inevitabilmente affinato il suo istinto, quella empatia di cui mi parlava.
“Addirittura ho avuto dei fidanzati ai quali non l’ho detto..e in effetti, non sentire il desiderio di condividerlo era un segnale forte del fatto che non fossero giusti per me”
Quello giusto è arrivato dopo. E’ il suo fidanzato attuale, con il quale Chiara condivide tutto, anche il peso della malattia. Lui stesso, di sua iniziativa porta sempre con sé una borsa con aghi e insulina. “Metti che tu ti dimentichi” le dice.
Queste sono le attenzioni che fanno sentire meno soli.
Così come la condivisione con altri ragazzi che ha incontrato nell’Associazione di Rimini. “Per la prima volta, uscendo con loro, ho iniziato a farmi l’insulina a tavola, se siamo a cena fuori, e non più in bagno, di nascosto, come facevo prima.”
Chiara mi racconta che il diabete le ha tolto e le ha dato allo stesso tempo.
L’esordio a 13 anni, quando era poco più di una bambina le ha negato in parte la spensieratezza che a diritto risiede e abita quell’età. “Allo stesso tempo mi sono dovuta responsabilizzare, crescere parecchio, imparare ad ascoltare il mio corpo. E questo è stato un bene”
La saggezza di questa Campanellino Romagnola l’avverto sul serio; anche quando mi dice che il suo percorso scolastico che l’ha portata a fare 5 anni di ragioneria, non è stato tempo perso o buttato. Al contrario, le è servito per capire cosa non volesse fare nella sua vita, la ragioniera appunta, e cosa invece voleva fare, l’infermiera.
Mi sembra, parlando con lei, che i concetti di bene e male, utile e inutile, buono o cattivo, non siano da valutare in senso assoluto, quanto piuttosto da inserire tutti insieme in un grande contenitore, sopra il quale, stavolta sì, è giusto appiccicare un’etichetta, con la scritta: esperienza. Tutto è esperienza. Non si perde mai del tutto. E del tutto non si vince nemmeno.
A Chiara non è stato detto: hai il diabete. Chiara è dovuta entrare in coma perché i medici lo riconoscessero. Quello che sembrava fosse un’ influenza, un otite, era in realtà l’inizio di una patologia, o meglio, come abbiamo detto, di un’esperienza molto più impegnativa, che faceva molta più paura, che nel sentito comune veniva associata a persone più adulte e che parlava una lingua sconosciuta ma che col tempo, lei ha saputo decifrare.
“Ricordo che era dicembre poco prima di Natale, e quando sono tornata a casa i miei genitori cercavano di mantenere un clima di totale normalità. Facevamo l’albero di Natale, ma è bastato che mangiassi tre biscotti, senza pensare alle conseguenze, per capire che tutto era cambiato.
E’ stata dura all’inizio, perché mi sentivo alle strette, ma ora so che il diabete non può e non deve limitare o compromettere le scelte nella vita di una persona. Io mi arrabbio quando qualcuno usa il diabete come alibi per non inseguire i propri sogni”
Chiara mi dice che anzi, nel suo caso, l’ha spronata a spingersi oltre, a non lasciarsi intimorire.
“Se ci credo, ci arrivo. Se voglio realizzo i miei sogni, magari ci metto un po’ di più, ma ce la faccio.” Parola di folletto.
Intervista a Chiara Pangrazi


